Un dinamismo di libertà

Di Luciano Pace
“Perché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” (Matteo, 22,14).
Come sempre tutto comincia da una proposta. “Dai ragazzi, chi viene domani mattina all’alba con me a fare il bagno in mare?”. Questa proposta è una chiamata. La caratteristica di ogni chiamata è un invito alla risposta esclusiva: sì o no! Il bello delle chiamate è che non obbligano chi le ricevere a rispondere in un determinato modo. Non sono ordini, ma appelli a cui aderire o meno, in base a ciò che si vuole. L’atto comunicativo del chiamare genera libertà. Fuori da esso c’è solo o indifferenza o obbligo.
Rispetto alla chiamata a tuffarsi in mare la reazione di molti studenti è entusiasta: “Sì professore, che bello! Una cosa da fare sicuramente. Strafica”. Fra tutti i sentimenti, l’entusiasmo è il più frainteso. Molti credono dipenda da ciò che si propone. Non capiscono che dipende maggiormente da chi propone qualcosa. Nel decidere se vale la pena anche solo rispondere positivamente a chi ci fa un invito, calcoliamo (grazie al cielo) chi ce lo fa. Non pare molto sensato supporre che l’invito di uno sconosciuto possa entusiasmare chi lo riceve. Inoltre, a dirla tutta, i sospetti sono più che leciti quando bisogna decidere di rispondere ad un appello.
Poi, però, arriva la notte e si va a dormire. L’entusiasmo si perde nel sonno. Mentre si riposa e si sogna il rischio è di dimenticare la realtà, soprattutto quella a cui ci siamo legati con un impegno di parola. Questo accade perché esiste un nemico degli uomini a cui piacciono la notte e il buio. Egli agisce anestetizzando l’entusiasmo e mandando a dormire la responsabilità. Mentre i giovani sonnecchiano, manda nell’oblio le loro scelte e stuzzica l’immaginazione onirica: fa loro sognare qualcosa che non esiste, stimolando la fantasia su qualcosa di bello e piacevole. Meglio ancora se con un pizzico di erotismo. Il diavolo non è uno che fa pentole senza coperchi. È più astuto: fa incantesimi che sembra non abbiano trucchi.
Ore 6:15. Suona la sveglia. È ora di andare in spiaggia per buttarsi nel mare. E, magicamente, il tranello astuto del nemico dell’uomo ha funzionato: nessun’ombra dell’entusiasmo e della responsabilità del previo crepuscolo. Rimane solo il brusco risveglio della realtà che, rispetto al momento dell’adesione alla chiamata, è molto scomoda. La realtà sembra particolarmente incline a fare la rompiscatole, soprattutto quando si fa sentire fredda e impegnativa. Molto meglio rimanere nel letto caldo. Così, quando la pigrizia appare la scelta più ragionevolmente conveniente (ecco qua il trucco del tentatore), non si vede più nemmeno l’ombra delle più elevate aspirazioni avventurose della libertà che avevano infiammato i cuori di molti la sera prima.
Comunque, rispetto a chi sonnecchia, la mattina si presentano almeno 8-9 studenti. Non che si trovino in una situazione molto diversa di chi è rimasto nel letto. Semplicemente, sono solo più etici: considerano vincolante la risposta alla chiamata. Tuttavia, anche per loro la realtà del risveglio è fredda e dolorosa e non lesinano di farlo comprendere con lamentazioni puntigliose ogni 5 secondi. Se non altro, si fidano sufficientemente di chi indica loro la via verso il mare.
Ciò che li spinge a fidarsi non è una dimostrazione scientifica: non possiedono le prove che valga davvero la pena avviarsi alla spiaggia. Come potrebbero? I loro piedi sono ancora sull’asfalto. Anzi, il loro scetticismo è superiore a ciò che sembrerebbe sensato sperare: come può aver senso gettarsi nel mare la mattina all’alba con il freddo che fa e mentre i più dormono al caldo nel letto? Eppure, questo loro scetticismo non riesce a fermarli. Accettano il sacrificio che la realtà chiede loro di fare per superare le lusinghe della notte e nonostante un livello molto basso di speranza.
Così, mentre si avvicinano al mare cercano rassicurazioni: chiedono a chi ha già fatto l’esperienza se ne valga davvero la pena ed espongono le loro preoccupazioni, paure, timori. “Professore, non è che magari ci si bloccano i muscoli, ci ammaliamo, ci viene la polmonite, ecc…”. Non c’è niente di meglio della paura per far pensare che non è ragionevole gettarsi nel mare. Ma il coraggio non è la virtù più ragionevole in teoria, è quella più necessaria nella prassi, come insegna Aristotele. Solo lo spirito di sacrificio forma il coraggio!
Tra timori, dubbi, preoccupazioni e rassicurazioni si giunge in riva al mare. Si rimane in costume e poi è il momento: o adesso o mai più! Qui, negli istanti in cui bisogna compiere l’ultima decisione, c’è chi si ferma. Perché, a dirla tutta, il rischio dell’agire in risposta ad una chiamata portandola a termine fino in fondo riguarda tutti in ogni istante: sia chi ha detto “no” all’inizio per disinteresse; sia chi ha detto di sì ed è al caldo coccolato dalla pigrizia; sia chi è arrivato in spiaggia per tener fede alla parola data, ma non riesce a superare i suoi timori del mare.
Così, ne rimangono 4. Dico loro: “Dai ci siamo. Tre, due. uno… e via”. Entriamo correndo nel mare. Corriamo per non badare al freddo dell’acqua. L’acqua si alza pian piano fino a quando non si riesce più ad alzare i piedi e ci si lascia tuffare nel mare. E lì lo si sente: lo shock termico. Il fiato rimane in sospeso mentre, nel contempo, si ha voglia di urlare ciò che si sta provando. Una inaudita sensazione di vita invade il corpo e ribalta lo stomaco. Poi, dopo il primo impatto, l’acqua fredda si fa un po’ più familiare, ma non del tutto. Il mare potente in cui siamo immersi ci ricorda che non conviene per ora rimanere lì troppo, come se si preoccupasse egli stesso per noi. Ci invita ad uscire.
Usciamo dal mare. Il freddo di prima è sparito. Il corpo si accorge di parti di sé da tempo dimenticate. Una poderosa energia positiva comincia a scorrere nelle vene. La mente si espande dalla testa a tutto il corpo. Spariscono i piccoli dolori articolari. Il mare ha attivato la vita. Sì, è vita! Sì è proprio vita. E che vita! Non avremmo potuto immaginare mai qualcosa del genere: così forte e potente, pur non essendo affatto obbligante e costringente. Il mare è potente, onnipotente, strapotente… Mai prepotente! Si sente gioia, palpabile gioia, dannatamente gioia. Quell’acqua, con la sua immensità a nostra disposizione, ha accolto la nostra libertà in corsa ed è entrato in sinergia con tutta la nostra persona.
Nel ritornare verso l’albergo, ci raccontiamo ciò che abbiamo vissuto. Diciamo a chi si è fermato sulla soglia che, la prossima, volta deve a sua volta trovare il coraggio di gettarsi nelle onde. Chi è nella gioia incoraggia. Pensiamo anche a chi è rimasto a letto. Vogliamo loro raccontare ciò che si sono persi. Non abbiamo intenzione di farli sentire in colpa. Vogliamo comunicare anche a loro l’incredibile sensazione di vita che il mare può regalare. Chi è nella gioia non giudica: cerca di ispirare raccontando ciò che ha ricevuto. E, nel frattempo, cominciamo già un po’ a domandarci quando potremo rituffarci ancora. Chi ha conosciuto con tutto sé stesso il mare all’alba, comincerà a provarne eterna nostalgia.
Così a me pare sia il Regno di Dio. Chi ha orecchi per intendere, intenda.